Una vita ordinata 28 dicembre 2009 – Posted in: splinder – Tags:

 

Sognava di poter avere, un giorno, una bella casa.
Una di quelle che vedi nei libri illustrati da bambino, insomma, tutta legno e giardino.
Te la immagini tutta, pure il contorno.

Un bosco tutto intorno in cui si nota una ruga di ghiaia che altro non è che il viottolo alla cui entrata c’è la cassetta delle lettere con su scritto il tuo nome.
Gli alberi incastonati ai lati del viottolo lasciano poi posto al cortile di casa.
Non è niente di che, è semplicemente vissuto.

Un gazebo di legno ancora da verniciare bene (Ti immagini già ripetere almeno una volta al giorno il solito “lo farò”), un’accetta conficcata in quel che una volta era il tronco di altissimo albero al cui fianco ci sono numerose pile di legna.
Sistematicamente ordinate.

Era fissato con l’ordine.
Diceva che una persona ce l’ha già dentro quando nasce, l’ordine, e non se ne libera più.
Lui era un ragazzo ordinato.

Ricordo che si lamentava spesso che le persone lo scambiassero per un sognatore.
”No”, diceva,”sono semplicemente ordinato.”

 

Un sognatore cambia spesso decisione, è insicuro, si perde nei pensieri e a volte arriva lontano.
Io ho metodo.

Nella vita bisogna avere metodo – diceva.

 

Da bambino ordinava la sua cameretta, crescendo ha ordinato i numeri su un foglio di carta con i quadretti.
Col tempo decise che i numeri, le parole e le cose non gli sarebbero più bastati.

Così iniziò ad ordinare la vita.
Già, volle
ordinare la vita.

 

Metodicamente, ogni giorno, pensava a parti della vita passata o futura.
Metteva in ordine i pensieri ed i sogni, li fissava in un pezzo di tempo tagliato con numeri che non sapremo mai.
Faceva qualcosa che non è per noi esseri umani, lui semplicemente sistemava il suo destino.

Sapeva ripetermi con estrema precisione quante pietre avrebbe avuto il viottolo della sua casa.
Il colore degli occhi di sua moglie e tutti i mutamenti delle iridi con il mutare del tempo.

Ricordava ogni singola goccia d’acqua da lui vista in un preciso giorno dell’anno a mia richiesta.
Poteva dire con precisione la data di nascita dei suoi 4 figli, il giorno in cui si innamorerà di sua moglie e gli invitati al suo matrimonio.

 

Nella sua testa c’era tutto un progetto enorme e stupendo.
Spettacolare.
Roba che ad avere tutte quelle istruzioni lì la vita sarebbe davvero un gioco.
Pensateci.

Qualcuno che ci dica chi sarà, con precisione, la donna della nostra vita.
Quanti figli avere, quando concepirli.
Niente più dubbi, niente più affanni.
Forse meno fatica, meno gusto, ma a me in alcune occasioni non dispiacerebbe avere istruzioni su cosa fare.

Così faceva lui.

 

Specter Harwlow, nato il 23 marzo 1856 a StannonVille.
C’erano circa 24 gradi, pioveva e tirava un vento della madonna.
Sono nato in casa nella camera da letto dei miei genitori, esattamente sulla terza mattonella partendo dall’entrata.
C’erano nella stanza quattro persone.
Mia madre, io, mio padre e la signora Jacobs.
Prima erano tre, una volta nato siamo diventati quattro.

 

E così poteva andare avanti per ore.
Un preciso racconto di una vita vissuta a metà.

Peccato non si possa ordinare qualcosa che non si vivrà mai.

 

Aveva sempre nascosto un particolare, in quel gran progetto chiamato vita.
Questa volta glielo aggiungo io, per sempre.

 

Scrivo un foglietto e lo lascio sulla sua tomba.
Non dimenticarlo mai, ora che sei altrove.

 

23 marzo 1951.
Dannato Specter, auguri di cuore.
Sarei rimasto ad ascoltare la tua storia per anni, e tu lo sai.
Avrei anche voluto che tu ordinassi un pò della mia, di vita, una volta finita la tua.

Mi dispiace ancora per quella sera, il Dottor Tale disse che non ti avrebbe fatto del male quella dose.
Ho sbagliato a fidarmi, spero tu capirai un giorno da lassù.
Tremavi tutto, eri in preda ad una crisi… non sapevo cosa fare.

Auguri ancora,
Jonas.

 

P.s

il 14 agosto del 1874 alle ore 14 circa entrarono in casa due persone.
In tutto eravate in quattro quando i due infermieri, un tale Sigmund insieme a Henri, ti presero con forza e ti portarono via.
Tua madre assistette alla scena, muta.
Colpevole, forse.

Al paese ti ricordano ancora come una persona tranquilla ma strana.
Impazzita di colpo, dissero, con quel pallino dei sogni strani.

“Era ordinato” ho precisato a tutti coloro che non hanno mai capito.

 

Con affetto,
J.”

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