L’ultima volta 28 gennaio 2010 – Posted in: splinder – Tags:

C’è sempre un’ultima volta.
Forse non ultima davvero, ma è pur sempre memorabile.

L’ultima volta che ho pianto è stato quattro mesi fa, precisi.
Ci si è messa la solitudine ed un vecchio vizio.
Vecchissimo.

Mi sono abbandonato ad un mondo non mio.
Non è facile da spiegare, affatto.
Ho semplicemente chiuso la mia vita per osservare un’altra.
E’ qualcosa che mi riesce bene, quando ne ho bisogno.

C’è chi fa una passeggiata, chi fuma una sigaretta, chi fa sesso e chi provoca risse.
Io, invece, immagino.

Ho preso una vita perfetta e ci sono entrato dentro.
Dalla mia solitudine sono catapultato in America, avevo una donna da amare, un lavoro, e un motivo.
Ci deve essere sempre un motivo.

Ed è così che ho perso 12 ore della mia vera vita.
Ho piegato la mia esistenza su un monitor e ho visto, a ripetizione, un film.
Il film di un’altra vita.
Ed è stato tremendamente bello.

 

Un ergastolano prova lo stesso guardando dalla finestra?
Ma io non sono in ergastolo.
Io sono libero.

E’ questo che non voglio proprio capire.
Sono fatto così, quando ci sono problemi io mi chiudo in mondi paralleli
e questi, in qualche modo, mi scivolano addosso.
Ogni persona risolve i problemi in un modo.
Ogni persona ha il suo, unico.
Per quanto simile agli altri, è totalmente unico.

Ho preso i brandelli di vita che avevo in quel momento, tutti, e li ho ingoiati uno dopo l’altro.
Con voracità.
E, alla fine, ho pianto.

 

Ho impiegato una vita a conoscere quanto possa essere debole una persona.
Non imparerò mai facilmente quanto possa essere debole il sottoscritto.
Mai.

 

Perché essere fragili è una dura verità da accettare.
Come lo spieghi a te stesso che sei tremendamente debole?
Come lo spieghi agli altri, al mondo, che sei solo pezzi di carne e un cuore che batte.
Sei qualcosa di effimero, che da un momento all’altro potrebbe cadere a terra privo di forze.
Come lo spieghi a tutti che in questo brulicare di vite e pensieri, tu, vorresti tanto tirare un sospiro.
Un semplice sospiro.
Come se di colpo nel traffico romano mi fermassi nel bel mezzo di un incrocio e, stanco, sedessi a terra.
Vada a quel paese l’auto che mi suona davanti al naso, io sono stanco e fragile, e il mondo deve assistermi.

 

No, non funziona così.
E questo lo so, lo sanno tutti.
Proprio per questo è difficile sussurrarsi di essere fragili, chissà se è possibile urlarlo al mondo.
Urlare al mondo.

 

Banda di maiali, smettetela di correre per la vostra strada.
Mi sono stancato di cercare, cercare e cercare.
Destino, infame destino, smettila di giocare con me… dammi quel che mi spetta.
Ora.
Ne ho un bisogno impellente.

 

 

Ma il destino non ti ascolta, non ascolta nessuno.
Allora io mi piego su un’altra vita.
Meno vera della mia, più bella di certo.

 

Ignobile gesto quello di scappare dai propri problemi.
Vero?

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