Di uno squarcio di luce che entrò nel buoio di una camera spenta d’amore… 20 novembre 2010 – Posted in: splinder – Tags:

E' tutto un correre lontano da qualcosa per non farsi prendere dall'idea malsana che in realtà è già dentro di te ma non vuoi ammetterlo.
E allora scappi dalle guardie della tua prigione personale.
Scappi e non sai se ti salverai, se ti prenderanno, se in realtà questa fuga è un andare incontro alla prigionia e non alla libertà.
Siamo animali da gabbia e prima o poi ritorneremo a vivere come abbiamo imparato all'inizio, ripercorreremo sempre le nostre strade come dischi incagliati, come i minuti che scorrono uno dopo l'altro ripartendo ogni volta dal primo arrivando al sessantesimo e così via.

Siamo minuti,
siamo ore,
siamo metri
e siamo colori che si stemperano sulla tavolozza della vita, sballottati a destra e a manca dalle onde di questo pennello sottile usati per disegnare dettagli, puntini, che da lontano formano un quadro strano ma bello pieno di colori e di ombre e di luce.
La luce,
cazzo quella non te la scordi una volta che te la stampano dentro come hanno fatto con me da bambino o da grande chissà forse un giorno anche preciso hanno deciso e me l'hanno fatta vedere e la cerco, sempre, e la trovo e poi la perdo e la trovo ma non la voglio ho paura poi ci provo ma non riesco.
E allora ricomincio.
Come l'acqua delle cascate viene dalle montagne con il ghiaccio, che viene dalla pioggia che viene dalle nuvole che vengono da terra umida che vengono da pioggia e da cascate, da mare e maree da onde salate.

La vedi l'esattezza del mondo?

Sembra di aver capito tutto in un solo istante per poi dimenticalo e capirlo ancora, e ancora, e ancora senza sosta senza fine senza limite ogni volta con parole diverse per amare sempre, di nuovo, e ancora, e ancora.
Ogni giorno monto occhi nuovi e lenti migliori, ogni giorno parlo lingue differenti e penso da malattia o da cura, un virus, sono il medico ed il malato, sono il principe ed il servo, il cavallo ed il paladino, la spada e lo scudo, l'assassino e la vittima, il suicida ed il salvatore, il messia di me stesso che arriva mi scrolla e va via.
Di nuovo.

Arriva, mi scrolla, e va via.

Come un'allucinazione senza corpo, nebbia che al mattino ti entra nel naso fresca come solo un giorno nuovo sa essere, nuova come il sole delicato che riesci persino a guardare negli occhi.
Riesco a guardare negli occhi il sole, a volte.

Sono un esule, e questo lo so.
Ridatemi i miei paesaggi le mie cime i miei alberi le mie colline la mia erba la mia stanza la mia vita quella che avete rubato spezzato infiltrato con le vostre acque scure sporche odiose rabbiose che mi hanno insegnato a ringhiare ed abbaiare come animale in cattività.
Rivoglio i germogli di grano e le risate tra le mani ed i capelli arruffati e la pioggia, persino la pioggia è acida e sporca ora che ci penso non è più come una volta.
Io lo rivoglio e lo esigo come se fosse l'ultimo mio desiderio.

 

Cosa vuoi prima di morire?
Non una sigaretta ma un giorno di quelli.

Sparate sparate pure io sono qui pronto a morire ma datemi un giorno di quelli e sarò pronto a soffrire a patire per voi e la vostra causa e lo farò con onore come un attore sul palco soltanto sa fare.
Come un attore su un palco soltanto sa fare.
Soltanto sa fare.

« Ed io l’ho sentito, il mondo…
I cactus suicidi… »